La formula magica

Qual è la formula magica per avviare un’impresa di successo? Ci sono davvero ingredienti segreti per comporre ricette virtuose per il proprio successo professionale?
È tendenza comune pensare che la presenza di uno o più imprenditori in famiglia abbia un ruolo importante nel far nascere imprese di successo. Diverse ricerche però tendono a smentire questa convinzione.

Tra i driver che guidano il successo nella vita professionale/imprenditoriale hanno certamente buona influenza la formazione e l’apprendimento continuo. Tuttavia la sola motivazione a realizzarsi, fondamentale, non garantisce il successo. Occorrono oggi più che mai competenze trasversali accompagnate da una visione che conseta di porsi in modo efficace sul mercato.
E crederci, sempre, smisuratamente.

La buona notizia: il fermento nel territorio parmense c’è, ed è anche piuttosto forte. Sono 2.585 le neo-imprese costituite nell’arco dello scorso anno (1.275 quelle nate nel primo semestre del 2016).
La cattiva: la percentuale di quelle che cessano l’attività entro i primi cinque anni è drammaticamente alta.

Cosa fa, quindi, di un’impresa una «buona impresa»? Onestamente, non ne ho idea. Di una cosa, però, sono certo: la caratteristica che hanno in comune virtuosi «condottieri di impresa». L’inquietudine.

Chatwin la chiama «irrequietezza». Irrequietezza o inquietudine sono parole a cui comunemente diamo un’accezione negativa. Parole che hanno a che fare con un senso di malessere, di disagio. Bene, Chatwin diceva che l’unico modo per dare sollievo alla nostra inquietudine fosse quello di spostarsi, di camminare, di esplorare. Per elaborare, mettere a fuoco, realizzare. Evolvere. Probabilmente ognuno deve trovare la propria ricetta personale per dare sollievo a questo lato oscuro.
L’oscuro passeggero, lo chiamava Dexter Morgan, e credo fermamente che abbiamo tutti, dentro di noi, questa presenza che prima o dopo ci spinge a fare i conti con noi stessi.

Il filo rosso che collega ogni storia di successo che io conosco è proprio questa inquietudine, questa oscurità. E con essa la nostra capacità con cui la assecondiamo, la ascoltiamo, e grazie a questa lavoriamo quotidianamente alla creazione dei nostri capolavori. Ma la quotidianità è dura, e a volta questa voce, questa inquietudine si fa spesso finta di non sentirla, perché è più facile, è umano.
Le idee in testa possono essere ottime, la paura nel cuore enorme.

E quando prendiamo il coraggio tra le mani e decidiamo di ascoltarla, questa voce, e di muovere il primo passo verso la direzione del nostro sogno… troveremo sempre qualcuno che ci rema contro.

Young caucasian businessman having headache when think solution for his problems

E allora per dare una mano al nostro oscuro passeggero, per aiutarlo ad essere un pochino più forte e noi per sentirci un pochino meno deboli, le «ricette personali» possono aiutare tantissimo. Ognuno deve coltivare la propria, non fidatevi delle scorciatoie o delle ricette facili tipo «il tuo successo in 10 mosse» o «come diventare ricchissimo in 4 ore» o «come perdere 20 kg mangiando quello che vuoi». Ecco, questo no.

Per il resto vale tutto: c’è chi elabora una propria lista personale di buone prassi (o di buona vita), chi si fa guidare da monologhi motivazionali, chi si fa incantare da storie holliwodiane. O chi trova forza e ispirazione nelle massime che ci «donano» grandi personaggi che eleggiamo in un certo senso come idoli personali ed esempi da seguire. Che poi non devono per forza essere sempre gli Steve Jobs o i Bill Gates… qua sotto, per esempio, ci metto una di quelle che personalmente adoro.

«Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora»

Arriva da Kung Fu Panda 3. Mica Faulkner o Proust.

Il maestro Shifu sta parlando con Poh, che è il guerriero dragone, e lo incita a padroneggiare i suoi insegnamenti per allenare i Cinque Cicloni, ma Poh pensa di non essere in grado di farlo. Ma poi ci prova, fallisce, ci riprova, capisce, e alla fine fanno un mazzo tanto al super cattivo che si chiama Kai.
Ovvero: bisogna osare (e fallire) per poter riuscire nella vita.

Dicevo, le «liste» sono importanti… oggi vi voglio regalare la mia. Negli ultimi anni ho avuto il piacere e la fortuna di intervistare, confrontarmi, o semplicemente chiacchierare con tante persone che in un modo o nell’altro sono arrivate alla realizzazione di un proprio sogno o obiettivo. Spesso c’era di mezzo una telecamera. Spesso le chiacchierate terminavano con la richiesta di un consiglio o un suggerimento per chi volesse provarci. Allora ne ho messe insieme un po’ e ho pensato di condividerle con voi. Spero vi arrivi, almeno in parte, l’energia che queste persone hanno trasmesso a me.

Questa è la mia formula magica.

Sono presenti nel video, in ordine di apparizione: Francesco Bombardi, Alessandro Rimassa, Luca Scanni, Massimo Carraro, Sara Loreni, Lara Gut, Ria E. Mac Carthy, Fabio Zaffagnini, Monica Manganelli, Calcutta

(fonte: Repubblica Parma)

Filippo Pugnetti, designer

Questa è una storia di passione.

Una storia che inizia del 2008, quando Filippo nel mezzo dei dubbi su cosa combinare della propria vita, quantomeno quella professionale, decide di iniziare la sua prima esperienza come pellettiere. Un’occasione che nasce da uno screzio con un collega che rappresenta la scintilla per abbandonare un lavoro che non gli consentiva di liberare appieno il suo talento e potersi così dedicare, senza distrazioni, alla sua creatività.

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Una sensibilità all’arte e all’estetica che già a sette anni lo spinge a giocare con immagini ritagliate smontate e rimontate come pezzi di un mosaico fino alla ricostruzione in veri e propri cataloghi rappresentanti le tendenze secondo la sua personale lettura della moda del momento. Questa indole alla creazione lo porta una decina di anni dopo a frequentare a Brescia l’Istituto di Moda Industriale e a perfezionare le sue abilità attraverso un percorso all’Ipsia di Parma.

In seguito una serie di incontri importanti hanno guidato Filippo nel suo percorso: lo stilista parmigiano Sergio Ferrari, il costumista Rai Luigi Ferrari e l’esperienza vissuta insieme ad un importante maestro pellettiere parmigiano che gli ha consentito una forte crescita professionale.

Da lì si è sviluppato un percorso di incarichi di responsabilità per stilisti e multinazionali del settore, tra cui vale la pena citare la collaborazione con Chloé a Parigi, che si sviluppa fino a una fondamentale esperienza a Dubai. E poi l’approdo verso la decisione più importante: il lancio di un proprio marchio.

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Il primo passo è stato quello più difficile: crederci fino in fondo senza cedere ai timori di un nuovo sentiero pieno di incognite. Il secondo, quello di ottenere un piccolo finanziamento attraverso una operazione di microcredito con un istituto bancario di Parma che gli ha consentito, materialmente, di aprire la propria impresa. La partenza è fulminante: le prime creazioni, che arrivano sul mercato nel giugno dello scorso anno, attraggono subito l’attenzione delle boutique italiane più importanti.

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E poi arriva l’occasione, casuale e inattesa, con Artisanal Intelligence: la piattaforma nata con l’obiettivo di unire arte, artigianato e moda rappresentativa del made in Italy.

Il prossimo futuro del marchio Pugnetti Parma sarà ricco di sfide. A partire dalla conquista della fase finale di Who is on next?, il progetto di fashion scouting dedicato ai giovani talenti della moda, ideato e realizzato da Altaroma in collaborazione con Vogue Italia, fino a una importante presenza al Mipel (una piattaforma commerciale B2B sviluppata su quattro giornate per presentare le collezioni primavera/estate 2017) a Milano nel prossimo settembre.

Persone con lo spirito, il talento e la determinazione di Filippo sono preziose, non possiamo che sostenerlo e augurargli le migliori soddisfazioni!

fonte: Parma Repubblica

Monica Manganelli, scenografa

Che si tratti di un talento puro, ormai se ne sono accorti tutti.

Non solo per un percorso straordinario che l’ha portata da Noceto alla conquista del mondo. Se fosse il personaggio di un romanzo, Monica Manganelli sarebbe senza dubbio la protagonista di una storia che parla di rivincita.

Ma facciamo un passo indietro: la storia è quella di una bambina con un’innata vocazione per l’arte. Passione che le è stata trasmessa dalla madre, e che già a sei anni in occasione di una gita scolastica nei pressi del Parco Ducale si manifesta, come una scintilla che si accende forte e improvvisa, alla vista dell’imponente Palazzo della Pilotta. Da lì un intreccio di eventi che la portano e la riportano a vivere esperienze in un piccolo lembo di città che si raccoglie stretto attorno a quel palazzo. L’istituto d’arte, l’università, il teatro.

Monica si definisce una creativa, si specializza in scenografia e inizia a lavorare per i più prestigiosi teatri italiani, sempre ideando e progettando a fianco di importanti registi. Dopo anni di gavetta nel mondo della lirica inizia a sentire l’esigenza di nuove sfide lavorative e si sposta dalla scenografia classica a quella virtuale, iniziando a collaborare per il cinema e per la pubblicità con produzioni e progetti che si occupano di ricreare in digitale scene ed effetti visivi. Da qui la collaborazione all’interno di Cloud Atlas dei fratelli Wachowski conquistata in un modo che, da solo, varrebbe tutta la trama di un film: un messaggio, inviato tramite facebook a uno dei produttori, che colpisce nel segno. Fino al momento in cui Monica riceve una telefonata di quelle da restarci secchi prima ancora di riagganciare: “dopodomani ti vogliamo a Berlino per incontrare i Wachowski”. Ed è a Berlino, tappa fondamentale per la sua crescita personale, che impara il vero significato di una parola che ritiene smarrita in Italia: meritocrazia.

E poi un nuovo progetto, il corto di animazione “La Ballata dei Senzatetto” inspiegabilmente sottovalutato in Italia ma selezionato da innumerevoli concorsi internazionali, sfiorando addirittura la corsa all’Oscar.

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Una volta le ho chiesto di raccontarmi quali fossero gli ingredienti nascosti dietro tutti questi successi. La risposta è stata una di quelle che poi non ti puoi più dimenticare:

<<Il segreto è stato lo spirito con cui è stato messo insieme il team di lavoro, ovvero un gruppo dove ognuno avesse la possibilità di portare al meglio le proprie competenze e potenzialità, cosa che può sembrare banale ma ti assicuro che nel mercato del lavoro di oggi non è per niente facile trovare. Siamo un gruppo di persone che condividono gli stessi valori e gli stessi sogni. Io venendo dal nulla posso dire che le occasioni non mi sono mai piovute dal cielo, ma me le sono sempre dovuta andare a creare. E avevo sempre in testa un piano B, C, D, fino al piano Z. Il mio spirito si può sintetizzare così: ho solo una carta nella vita e quella carta me la devo giocare al massimo. Non la posso perdere. Ed è con questa idea che ho sempre affrontato il mio futuro>>.

Perché è così che ti frega, Monica.

Passione e perseveranza che le brillano negli occhi. Portatrice sana di quel virus che ti spinge a provarci sempre e a credere ai sogni: che se ti metti in testa che la tua idea è possibile, e ci lavori duramente ogni giorno conquistando il tuo percorso un centimetro alla volta, questo sogno allora si trasforma in un progetto realizzabile.

E chissà che faccia hanno fatto quelli del Los Angeles Shorts Fest quando si sono trovati davanti agli occhi questa magia che in sette minuti racconta la favola triste di un territorio, quello emiliano, profondamente scosso e (tutt’ora) ferito da una lacerazione che non verrà mai dimenticata.

Le hanno assegnato il primo premio nella categoria Best Animation e, mi piace pensare, si devono essere appuntati quel nome da qualche parte pensando “di questa ne sentiremo parlare”.

E mentre “La Ballata dei Senzatetto” è stata recentemente nominata tra la cinquina finale dei candidati al David di Donatello, l’orizzonte non si prospetta calmo e tranquillo.

<<Ciò che mi logora – continua Monica – è questa continua ripartenza da zero. Perché non sono bastati più di 10 anni di gavetta al fianco di grandi registi. Non è bastato collaborare alle scenografie di una mega produzione da più di 100 milioni di dollari guidata da registi/sceneggiatori che hanno già scritto un pezzo di storia del cinema. Non è bastato nemmeno autoprodursi un corto di animazione selezionato ad oggi da 25 festival in giro per il mondo. Così come non è bastato aprirsi il percorso per l’Academy vincendo il L.A. Shorts Fest e non lo sarà nemmeno ora con la nomination ai David. Ogni volta devo sempre ripartire da zero. Ricominciare tutto daccapo. Ogni volta che conquisto qualcosa di importante si accende un faro mediatico che mi illumina in modo forte, e poi passano i giorni e questa luce va a scemare. Sai quante persone mi hanno contattato dall’Italia per chiedermi dei miei progetti futuri? Per propormi un sostegno o una collaborazione? Nessuno. Al di fuori del nostro Paese ho scoperto invece il significato di meritocrazia, qualcosa che da noi è ancora difficile da immaginare: qui senza una nicchia di potere che ti spiana la strada sei destinata a un sentiero tortuoso che frenerebbe anche i più cocciuti e motivati. Non vedi che in Italia la Cultura è schiava di tutto questo? E’ triste, ma è così: oggi i limiti per i giovani non sono disegnati dal livello del proprio talento, ma al contrario sono maggiormente influenzati dal proprio nome o dalla cerchia di amicizie. Altrove invece si ragiona per meriti, non per politica>>.

Chi la conosce sa che si tratta di una persona pronta a lottare come un leone e, sebbene il richiamo oltreconfine risuoni più attraente del canto di una sirena, Monica ha già in testa un paio di nuovi progetti dove ancora una volta protagonista è la sua terra.

<<Un progetto – spiega – che si fonda sull’idea di un documentario ibrido in grado di unire l’animazione digitale al racconto di un antico saper fare del nostro territorio legato al tessile e all’alta moda, utilizzando come pretesto narrativo la storia delle sorelle Fontana. Si tratta di un terreno inesplorato, un nuovo linguaggio su cui mi piacerebbe misurarmi. Il progetto, seppure nella sua bozza preliminare, ha già riscontrato l’interesse delle diverse realtà coinvolte nella narrazione, ma ancora nessuno (tra istituzioni e imprenditori) ha risposto alla mia chiamata per la voce “produzione”. Attendiamo fiduciosi, altrimenti ancora una volta, dovrò andarmi a prendere questo sostegno all’estero. L’altro progetto è un tributo a Noceto: vorrei realizzare un cortometraggio in cui si racconta una straordinaria storia di integrazione attraverso gli occhi di una famiglia indiana che si è trasferita nelle campagne nocetane per lavorare nella filiera di uno dei nostri prodotti più tipici: il Parmigiano Reggiano. Protagonisti, canovaccio e scenografie le ho già pronte, ma anche per questo progetto sto ancora cercando un produttore interessato a renderne possibile la realizzazione>>.

“Scenografia” per Monica è immaginare mondi attorno a una storia.
Lei, il suo mondo, l’ha già disegnato e noi possiamo solo augurarci che le ambientazioni che ne sono rappresentate possano rimanere ancora a lungo quelle della sua terra.

fonte: Parma Repubblica

Fabio Zaffagnini, sognatore

Il problema era uno di quelli seri. E non vorrei essere stato in Fabio la mattina del 4 novembre 2015.

Ma facciamo un passo indietro: Fabio Zaffagnini è un ragazzo dagli occhi vispi e la mente veloce. Per dirla tutta, una di quelle persone che continueresti sempre a chiamare ragazzo anche quando gli anni della giovinezza sono qualcosa di appartenente al passato. Deve avere a che fare con quella specie di luce negli occhi, di irrequietezza interiore che trovo essere il fil rouge nelle storie di tutte queste persone che trovo intrigante raccontare. Fabio è un vulcano, un visionario. E, fortuna nostra, la gran parte delle sue improbabili e folli visioni vede nella condivisione l’elemento centrale.

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Viene facile pensare a quello che credo sia stato il suo primo progetto “condiviso”: come sa bene ogni vero appassionato di musica rock, i concerti – soprattutto quelli delle big band o di certi artisti di culto – sono eventi che uniscono per passione e per certe affinità un vasto numero di persone e non c’è nulla di più bello di condividere questa ebbrezza con amici sulle stesse lunghezze d’onda. Bene, ecco il fine della piattaforma www.fabiulosoentertainment.com creata con l’obiettivo di trovare il perfetto match tra le passioni di Fabio e quelle di tutti coloro che desiderassero unirsi ad una delle sue avventure. Una piattaforma web cucita su sé stesso per non sentirsi più dire “Se l’avessi saputo…”.

Fabio è un geologo e ha lavorato per molti anni presso l’Istituto di Scienze Marine del CNR di Bologna. In seguito, dopo un periodo in cui ha esercitato la libera professione, gli viene proposta la posizione di Direttore Tecnico presso uno spin-off del CNR. Ma lui ama viaggiare e ha un desiderio: quello di girare il mondo e, possibilmente, essere pagato per farlo. Partendo da questo stimolo nel 2014 fonda “Trail Me Up”, una startup che attraverso sistemi di realtà aumentata, consente agli utenti del servizio di visitare sentieri e luoghi remoti in giro per il mondo. Una specie di Google Streetview dei posti raggiungibili soltanto a piedi. Alla fine non solo ha viaggiato tanto, ma è anche riuscito a far viaggiare centinaia di persone coinvolgendole nella creazione di contenuti per la piattaforma. Ma questa è un’altra storia.

I sogni di Fabio si fanno sempre più ambiziosi: ora basta girare l’Italia, l’Europa o mezzo mondo per dover seguire la propria band preferita. Dopo tanti anni di fedele passione sarebbe anche il momento che fossero loro, questi Foo Fighers, a preoccuparsi di organizzargli un concerto nel giardino di casa. Ma come si chiede qualcosa di così folle a una della più celebri rock band del mondo? Inventandosi qualcosa che nessuno aveva mai osato fare prima: riunire 1000 musicisti per suonare insieme un loro pezzo, filmare tutto per poi inviare il video al leader fondatore della band: Dave Grohl.

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Nel giro di pochi giorni il video diventa virale (oggi le visualizzazioni sfiorano i 32 milioni) e l’impresa di Fabio Zaffagnini e del team di Rockin1000 fa il giro del mondo, diventando al tempo stesso un esempio e un caso di studio. Grazie al potere della rete e dei social, Dave Grohl riceve il messaggio e il giorno dopo risponde a suo volta con un video dove con un italiano quasi perfetto ringrazia tutti e lancia la promessa: “Stiamo arrivando. Prometto”.

La sera del 3 novembre 2015 i Foo Fighers arrivarono davvero. Il giardino dietro casa è stato il piccolissimo palazzetto dello sport di Cesena in grado a malapena di contenere i mille dell’impresa e qualche intruso in più. Per una notte che si trasformò, per tutte quelle persone, in uno di quei momenti per cui da quel giorno esiste un “prima” e un “dopo”.

Ed ecco che finalmente torniamo all’inizio di questo post. Come ci si sveglia il giorno dopo? Cosa si può fare, di ancora più grande, una volta realizzato qualcosa di impossibile?

Beh, ci è riuscito. Eccome, se ci è riuscito. Tra una settimana ne parleranno tutti, noi ne abbiamo parlato qualche tempo fa dopo una lunga giornata di sole nelle spiagge della sua Romagna. Questa, se vi va si ascoltarla, è la sintesi della nostra chiacchierata:

fonte: Parma Repubblica