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Romano Brizzi, biciclette con l’anima

Una volta passato il solstizio d’inverno, parallelamente al lento e graduale movimento della terra attorno al sole che ogni giorno ci regala qualche minuto di luce in più, arriva la voglia di sport e di quell’attività fisica che vale la promessa di rimettersi in piena forma entro l’estate. E’ da più o meno un decennio che me lo ripeto: ma alla fine non c’è verso.

Va sempre a finire così: basta qualche raggio di sole e una manciata di gradi in più, per ritrovarmi subito a spolverare la tessera magnetica della palestra (che non ricordo l’ultima volta), le racchette da tennis, le scarpe da running. E poi lei: la bicicletta.

Ovviamente l’ho ritrovata così come l’avevo lasciata l’ultima volta che decisi di salire in sella: in condizioni disastrose, accentuate da lunghi mesi di inutilizzo. In questi casi ti viene sempre da pensare al signor Wolf, quello che in Pulp Fiction risolve problemi. Ognuno dovrebbe averne uno. Il mio, per tutto quanto riguarda lo sport, si chiama Giulia. Una di quelle persone che qualsiasi sia la disciplina a cui si dedica, vince. Poi stravince. E poi vince ancora. Ecco, la sua risposta è stata chiarissima: << Vai da Romano… vedrai: uscirai da quel posto con qualcosa in più>>.

Lì per lì non ci ho dato molto peso, anzi. Il ritrovarmi all’interno di una bike boutique per uno che tratta la bici come un ferrovecchio e che a malapena sa arrangiarsi se gli cade la catena, mi aveva messo un po’ a disagio. Fino a quando è arrivato, Romano. Ed è stato sufficiente scambiarci due parole per capire pienamente a cosa alludesse Giulia. Quel qualcosa in più era la sua storia, quella di uno che ad un certo punto si è trovato a fare i conti con sé stesso e con le proprie passioni.

Un po’ come Charles Bukowski che per 11 anni lavorò alle poste di Los Angeles, e poi il bivio: restare e impazzire o mettersi a scrivere e morire di fame. Così Romano a un certo punto della sua vita ha deciso di cambiare tutto e a quel bivio ha fatto la scelta migliore del mondo: la felicità.

La sua storia, ve la faccio raccontare da lui:

fonte: Repubblica Parma

Marco Caviola, tipografo 2.0

Succede sempre così, per caso: mentre ero lì, a non pensare a null’altro che al cappuccino bollente stretto tra le mani seduto al tavolino traballante di un bar.

Che poi mi piacerebbe capirla una volta per tutte, questa cosa dei tavolini traballanti. Non so se io abbia un dono speciale nel riconoscerli o se sia opera di qualche malvagio artigiano che spassosamente decide di fornire ogni bar della città di tavoli con una gamba lievemente più corta delle altre. Avessi un euro per ogni tovagliolino sapientemente piegato per compensare il dislivello, a quest’ora sarei ricco. Ricchissimo. Ma questa è un’altra storia.

L’ho visto attraverso le vetrate, stretto tra la cuffia e la barba, raggiungere la porta di ingresso del bar in una giornata troppo fredda per non cercare conforto in una bevanda calda.

Non vedevo Marco da almeno cinque anni, quand’era nel pieno della sua attività come grafico freelance.

E mi racconta che da allora di cose ne sono cambiate parecchie: dal 2012 gestisce una sua tipografia digitale. L’ha chiamata CTRL PRINT, un nome apparentemente difficile da leggere ma il cui significato è ben chiaro a nerd, smanettoni e più in generale a tutti coloro la cui quotidianità è scandita dal ticchettio di dita su una tastiera. La storia che sta alle spalle di questa nuova attività è una storia di riscatto: da un disagio, ovvero la perdita inaspettata di un importante contratto con l’impresa con cui da qualche anno Marco stava collaborando, è nata una straordinaria opportunità di crescita personale e professionale. Le strade da battere potevano essere solo e soltanto due: immergersi a tempo pieno nella ricerca di un lavoro come dipendente presso qualche studio grafico o agenzia di comunicazione, oppure raccogliere tutta l’esperienza maturata, i contatti e le relazioni, riempire i polmoni di ossigeno e coraggio, e lanciarsi nel proprio sogno imprenditoriale.

E’ una di quelle persone, Marco, che ti danno sempre l’impressione che ogni azione che svolgono o decisione che prendono è stata studiata, ponderata, simulata, decine e decine di volte. Ed è così che sta crescendo come imprenditore. Un passo dopo l’altro, un centimetro alla volta.

La sua attività è nata nell’annus horribilis della crisi, in quel maledetto 2012 dove magari le profezie Maya non ci hanno preso, ma l’economia italiana ha avuto il massimo picco di sfiducia da parte di chi fa impresa.

E allora non sono riuscito a non chiederglielo.
La crisi, la concorrenza, le responsabilità: Marco, ma non hai avuto paura?

<<No, sinceramente paura mai. Anche perché l’azienda è strutturata in un modo molto semplice: prima di tutto l’onestà verso i clienti: vogliamo essere molto chiari sin dall’inizio di ogni rapporto, sia come prezzi che come lavorazioni possibili, cerchiamo di essere sempre disponibili, vogliamo prenderci sempre le nostre responsabilità. E se sbagliamo, non avremo mai paura di dire “l’errore è nostro”. I ragazzi che lavorano con me devono condividere totalmente questa filosofia e devono saper essere accoglienti con tutti i clienti che entrano nella nostra tipografia. Se siamo bravi e tutto questo si verifica, non ho motivi per avere paura.
Inizialmente lavoravamo solo per le aziende, nella nostra vecchia sede di viale Piacenza che abbiamo occupato fino ai primi mesi del 2015. Da quando abbiamo aperto il nuovo laboratorio in via Pasini, a maggio dello scorso anno, abbiamo potuto ampliare il catalogo dei servizi e abbiamo iniziato a lavorare anche per i privati, soprattutto attraverso servizi dedicati agli studenti>>.

Oggi CTRL PRINT offre servizi di stampa digitale anche su grandi formati, progettazione editoriale e grafica, stampa su ogni materiale, plastificazioni, grafiche pubblicitarie, packaging, gadget, insegne, allestimenti.
Ma rispetto al futuro, come pensi di pianificare i prossimi passi e come ti poni rispetto le nuove tecnologie come la stampa 3D?

<<Nel prossimo futuro vedo nuovi spazi con ulteriori nuovi mezzi per arricchire la lista dei servizi. Ma niente stampe 3D. Ci ho pensato per almeno due anni, e per due anni ho continuato a non vederla come una strada percorribile. Oggi sul mercato manca ancora quella “via di mezzo” che permette di realizzare prodotti economici che possano essere considerati di largo consumo. Mi spiego meglio: ci sono varie tipologie di macchine, quelle più commerciali (ed economiche) hanno aree di stampa molto piccole e tempi di realizzazione del prototipo particolarmente lunghi. Le stampanti industriali, invece, hanno grandi volumi stampabili e tempi di stampa molto rapidi ma sono estremamente costose. Oggi, sebbene ci potrebbe essere un mercato pronto a questo genere di bisogni manca un hardware che possa rendere sostenibile l’investimento. Vedremo in futuro, ma oggi la stampa 3D non fa parte dei nostri progetti di crescita. La cosa su cui invece vogliamo investire a breve termine è il servizio legato agli allestimenti, che si tratti di locali pubblici, esercizi commerciali o stand fieristici, vogliamo diventare il riferimento in grado di soddisfare anche le esigenze più complesse>>.

Oggi in CTRL PRINT sono occupate 3 persone, ma sono pronto a scommettere che la prossima volta che cercherò riparo dal freddo in una caffetteria dalle parti di via Pasini, incontrerò ancora Marco a raccontarmi di nuove sfide e di nuove assunzioni.

fonte: Parma Repubblica

Filippo Pugnetti, designer

Questa è una storia di passione.

Una storia che inizia del 2008, quando Filippo nel mezzo dei dubbi su cosa combinare della propria vita, quantomeno quella professionale, decide di iniziare la sua prima esperienza come pellettiere. Un’occasione che nasce da uno screzio con un collega che rappresenta la scintilla per abbandonare un lavoro che non gli consentiva di liberare appieno il suo talento e potersi così dedicare, senza distrazioni, alla sua creatività.

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Una sensibilità all’arte e all’estetica che già a sette anni lo spinge a giocare con immagini ritagliate smontate e rimontate come pezzi di un mosaico fino alla ricostruzione in veri e propri cataloghi rappresentanti le tendenze secondo la sua personale lettura della moda del momento. Questa indole alla creazione lo porta una decina di anni dopo a frequentare a Brescia l’Istituto di Moda Industriale e a perfezionare le sue abilità attraverso un percorso all’Ipsia di Parma.

In seguito una serie di incontri importanti hanno guidato Filippo nel suo percorso: lo stilista parmigiano Sergio Ferrari, il costumista Rai Luigi Ferrari e l’esperienza vissuta insieme ad un importante maestro pellettiere parmigiano che gli ha consentito una forte crescita professionale.

Da lì si è sviluppato un percorso di incarichi di responsabilità per stilisti e multinazionali del settore, tra cui vale la pena citare la collaborazione con Chloé a Parigi, che si sviluppa fino a una fondamentale esperienza a Dubai. E poi l’approdo verso la decisione più importante: il lancio di un proprio marchio.

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Il primo passo è stato quello più difficile: crederci fino in fondo senza cedere ai timori di un nuovo sentiero pieno di incognite. Il secondo, quello di ottenere un piccolo finanziamento attraverso una operazione di microcredito con un istituto bancario di Parma che gli ha consentito, materialmente, di aprire la propria impresa. La partenza è fulminante: le prime creazioni, che arrivano sul mercato nel giugno dello scorso anno, attraggono subito l’attenzione delle boutique italiane più importanti.

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E poi arriva l’occasione, casuale e inattesa, con Artisanal Intelligence: la piattaforma nata con l’obiettivo di unire arte, artigianato e moda rappresentativa del made in Italy.

Il prossimo futuro del marchio Pugnetti Parma sarà ricco di sfide. A partire dalla conquista della fase finale di Who is on next?, il progetto di fashion scouting dedicato ai giovani talenti della moda, ideato e realizzato da Altaroma in collaborazione con Vogue Italia, fino a una importante presenza al Mipel (una piattaforma commerciale B2B sviluppata su quattro giornate per presentare le collezioni primavera/estate 2017) a Milano nel prossimo settembre.

Persone con lo spirito, il talento e la determinazione di Filippo sono preziose, non possiamo che sostenerlo e augurargli le migliori soddisfazioni!

fonte: Parma Repubblica

Monica Manganelli, scenografa

Che si tratti di un talento puro, ormai se ne sono accorti tutti.

Non solo per un percorso straordinario che l’ha portata da Noceto alla conquista del mondo. Se fosse il personaggio di un romanzo, Monica Manganelli sarebbe senza dubbio la protagonista di una storia che parla di rivincita.

Ma facciamo un passo indietro: la storia è quella di una bambina con un’innata vocazione per l’arte. Passione che le è stata trasmessa dalla madre, e che già a sei anni in occasione di una gita scolastica nei pressi del Parco Ducale si manifesta, come una scintilla che si accende forte e improvvisa, alla vista dell’imponente Palazzo della Pilotta. Da lì un intreccio di eventi che la portano e la riportano a vivere esperienze in un piccolo lembo di città che si raccoglie stretto attorno a quel palazzo. L’istituto d’arte, l’università, il teatro.

Monica si definisce una creativa, si specializza in scenografia e inizia a lavorare per i più prestigiosi teatri italiani, sempre ideando e progettando a fianco di importanti registi. Dopo anni di gavetta nel mondo della lirica inizia a sentire l’esigenza di nuove sfide lavorative e si sposta dalla scenografia classica a quella virtuale, iniziando a collaborare per il cinema e per la pubblicità con produzioni e progetti che si occupano di ricreare in digitale scene ed effetti visivi. Da qui la collaborazione all’interno di Cloud Atlas dei fratelli Wachowski conquistata in un modo che, da solo, varrebbe tutta la trama di un film: un messaggio, inviato tramite facebook a uno dei produttori, che colpisce nel segno. Fino al momento in cui Monica riceve una telefonata di quelle da restarci secchi prima ancora di riagganciare: “dopodomani ti vogliamo a Berlino per incontrare i Wachowski”. Ed è a Berlino, tappa fondamentale per la sua crescita personale, che impara il vero significato di una parola che ritiene smarrita in Italia: meritocrazia.

E poi un nuovo progetto, il corto di animazione “La Ballata dei Senzatetto” inspiegabilmente sottovalutato in Italia ma selezionato da innumerevoli concorsi internazionali, sfiorando addirittura la corsa all’Oscar.

LaBallataDeiSenzaTetto

Una volta le ho chiesto di raccontarmi quali fossero gli ingredienti nascosti dietro tutti questi successi. La risposta è stata una di quelle che poi non ti puoi più dimenticare:

<<Il segreto è stato lo spirito con cui è stato messo insieme il team di lavoro, ovvero un gruppo dove ognuno avesse la possibilità di portare al meglio le proprie competenze e potenzialità, cosa che può sembrare banale ma ti assicuro che nel mercato del lavoro di oggi non è per niente facile trovare. Siamo un gruppo di persone che condividono gli stessi valori e gli stessi sogni. Io venendo dal nulla posso dire che le occasioni non mi sono mai piovute dal cielo, ma me le sono sempre dovuta andare a creare. E avevo sempre in testa un piano B, C, D, fino al piano Z. Il mio spirito si può sintetizzare così: ho solo una carta nella vita e quella carta me la devo giocare al massimo. Non la posso perdere. Ed è con questa idea che ho sempre affrontato il mio futuro>>.

Perché è così che ti frega, Monica.

Passione e perseveranza che le brillano negli occhi. Portatrice sana di quel virus che ti spinge a provarci sempre e a credere ai sogni: che se ti metti in testa che la tua idea è possibile, e ci lavori duramente ogni giorno conquistando il tuo percorso un centimetro alla volta, questo sogno allora si trasforma in un progetto realizzabile.

E chissà che faccia hanno fatto quelli del Los Angeles Shorts Fest quando si sono trovati davanti agli occhi questa magia che in sette minuti racconta la favola triste di un territorio, quello emiliano, profondamente scosso e (tutt’ora) ferito da una lacerazione che non verrà mai dimenticata.

Le hanno assegnato il primo premio nella categoria Best Animation e, mi piace pensare, si devono essere appuntati quel nome da qualche parte pensando “di questa ne sentiremo parlare”.

E mentre “La Ballata dei Senzatetto” è stata recentemente nominata tra la cinquina finale dei candidati al David di Donatello, l’orizzonte non si prospetta calmo e tranquillo.

<<Ciò che mi logora – continua Monica – è questa continua ripartenza da zero. Perché non sono bastati più di 10 anni di gavetta al fianco di grandi registi. Non è bastato collaborare alle scenografie di una mega produzione da più di 100 milioni di dollari guidata da registi/sceneggiatori che hanno già scritto un pezzo di storia del cinema. Non è bastato nemmeno autoprodursi un corto di animazione selezionato ad oggi da 25 festival in giro per il mondo. Così come non è bastato aprirsi il percorso per l’Academy vincendo il L.A. Shorts Fest e non lo sarà nemmeno ora con la nomination ai David. Ogni volta devo sempre ripartire da zero. Ricominciare tutto daccapo. Ogni volta che conquisto qualcosa di importante si accende un faro mediatico che mi illumina in modo forte, e poi passano i giorni e questa luce va a scemare. Sai quante persone mi hanno contattato dall’Italia per chiedermi dei miei progetti futuri? Per propormi un sostegno o una collaborazione? Nessuno. Al di fuori del nostro Paese ho scoperto invece il significato di meritocrazia, qualcosa che da noi è ancora difficile da immaginare: qui senza una nicchia di potere che ti spiana la strada sei destinata a un sentiero tortuoso che frenerebbe anche i più cocciuti e motivati. Non vedi che in Italia la Cultura è schiava di tutto questo? E’ triste, ma è così: oggi i limiti per i giovani non sono disegnati dal livello del proprio talento, ma al contrario sono maggiormente influenzati dal proprio nome o dalla cerchia di amicizie. Altrove invece si ragiona per meriti, non per politica>>.

Chi la conosce sa che si tratta di una persona pronta a lottare come un leone e, sebbene il richiamo oltreconfine risuoni più attraente del canto di una sirena, Monica ha già in testa un paio di nuovi progetti dove ancora una volta protagonista è la sua terra.

<<Un progetto – spiega – che si fonda sull’idea di un documentario ibrido in grado di unire l’animazione digitale al racconto di un antico saper fare del nostro territorio legato al tessile e all’alta moda, utilizzando come pretesto narrativo la storia delle sorelle Fontana. Si tratta di un terreno inesplorato, un nuovo linguaggio su cui mi piacerebbe misurarmi. Il progetto, seppure nella sua bozza preliminare, ha già riscontrato l’interesse delle diverse realtà coinvolte nella narrazione, ma ancora nessuno (tra istituzioni e imprenditori) ha risposto alla mia chiamata per la voce “produzione”. Attendiamo fiduciosi, altrimenti ancora una volta, dovrò andarmi a prendere questo sostegno all’estero. L’altro progetto è un tributo a Noceto: vorrei realizzare un cortometraggio in cui si racconta una straordinaria storia di integrazione attraverso gli occhi di una famiglia indiana che si è trasferita nelle campagne nocetane per lavorare nella filiera di uno dei nostri prodotti più tipici: il Parmigiano Reggiano. Protagonisti, canovaccio e scenografie le ho già pronte, ma anche per questo progetto sto ancora cercando un produttore interessato a renderne possibile la realizzazione>>.

“Scenografia” per Monica è immaginare mondi attorno a una storia.
Lei, il suo mondo, l’ha già disegnato e noi possiamo solo augurarci che le ambientazioni che ne sono rappresentate possano rimanere ancora a lungo quelle della sua terra.

fonte: Parma Repubblica

Loppis, il mercato delle cose belle

Loppis esiste, esiste davvero. L’ho pensato, l’ho voluto e… ce l’ho fatta.

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Inizia così il racconto di Eleonora Deidda, ideatrice dello spazio di via La Spezia 90 a Parma.

In Italia non si usano, ma in Svezia sono un’amata tradizione: i Loppis sono una specie di mercato delle pulci ed è un modo molto amato dagli svedesi per liberarsi di oggetti che non si vogliono più, guadagnando anche qualcosa. Loppis, quello di Parma, nasce dalla voglia di inventare un posto pieno di cose belle.

Il bello serve agli occhi e serve al cuore, e il mondo è pieno di cose belle: si tratta solo di sposarle insieme e di creare relazioni tra le cose.

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Eleonora ha vissuto un anno in Iran, un bazar a cielo aperto, e per lei è stato un momento di grande ispirazione.  Un viaggio che le ha fatto capire quanto sia importante scoprire un nuovo mondo e vedere con gli occhi cose che non si erano mai viste prima. La sua giornata tipo era uscire con un velo in testa e la macchina fotografica pronta a rubare la bellezza di un mondo elegante. Un’eleganza di cui si parla ancora troppo poco.

L’Iran è stata un’esperienza che ha lasciato in me la voglia di regalare alle persone un posto nuovo da scoprire. Ed è per questo che ho deciso di aprire Loppis, che non è solo un mercatino dell’usato ma è un mondo: un luogo che riempie gli occhi, un luogo in cui le persone stanno bene.

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In questi tempi difficile l’esperienza di Loppis è un esempio positivo da seguire e imitare. Le idee di Eleonora rispetto la crisi sono molto chiare.

Rispetto a tutti quelli che mi dicevano “Ma cosa fai? Ma cosa apri, sei matta? E un periodo di crisi! Ma dove vuoi andare a finire? Ti rovini!” io non ci credo. È proprio nei momenti di crisi che le persone hanno bisogno del bello, di vedere cose belle e di stare in un luogo magico.

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Loppis ha preso forma in uno stabile degli anni sessanta, un ambiente ricco di luce e fatto di un passato in cui tante persone hanno lavorato: forse è proprio da qui che prende origine la magia di uno spazio espositivo pensato per ospitare pezzi che devono raccontare ognuno la propria e unica storia. Magia che viene completata magistralmente da Eleonora con la sua capacità di affiancare gli oggetti con poesia e di disporre ogni singolo elemento presente nei 600 metri quadrati espositivi in un modo che, a pensarci, capisci che non potrebbe essere altrimenti che così.

Devo ringraziare il mio percorso in teatro che mi ha insegnato a sposare gli elementi. Se durante uno spettacolo gli attori non si sposano in scena, allora non succede niente, non accade la magia. La stessa cosa deve succedere con gli oggetti, io mi diverto a spostare gli oggetti e creare nuovi mondi, nulla deve rimanere fisso. Io ho bisogno di vedere sempre il cambiamento.

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All’interno del locale c’è anche un piccolo spazio bimbi con i giochi e un angolo salotto con libri e caffè. Loppis è anche galleria per giovani artisti, lo spazio espositivo al pian terreno si rinnova ogni due mesi con le opere di giovani artisti sia locali che nazionali e internazionali.

LOPPIS
Via La Spezia 90, 43125 Parma
tel. 0521 1814480
http://www.loppis.it